Arte


lorenzo Dalcò è da sempre affascinato dalle arti figurative, ha iniziato, autodidatta, a lavorare con l’acquerello nel’93. Nel ’94 si è iscritto all’ARCHIVIO GIOVANI ARTISTI di Parma. Dal ’95 lavora con i colori ad olio percorrendo temi classici, quali il figurativo, nature morte e paesaggi. Dal ’97 produce quadri di grosso formato, astratti e non, utilizzando smalti acrilici. Dal ’00 è iscritto al circolo culturale U.c.a.i.

Dalcò Lorenzo

Nel 2016 ha intrapreso un viaggio a Doha per promuovere la propria arte. I suoi quadri sono visibili sulla sua pagina Facebook dalcolorenzo
Indirizzo E-mail lorenzodalco@gmail.com

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Hanno scritto di lui: Fabrizio Sabini, Stefania Provinciali, Marzio Dall’acqua, Chiara Serri, Annalisa Corradi, Mauro Nuzzo, Daniela Carlevaris, Camillo Bacchini e Manuela Bartolotti.

Città vuote senza tempo aperte al sogno

Vedute urbane di Lorenzo Dalcò esposte alla Libreria Fiaccadori
di Manuela Bartolotti 2014

francoforte-sul-menoSembrano così vivaci, serene le vedute urbane di Lorenzo Dalcò esposte alla Libreria Fiaccadori fino al 28 marzo. Sembrano, se ci lasciamo sedurre dall’esuberanza cromatica degli smalti. In realtà le città di Dalcò sono vuote, certo piene di colori, esultanti di luci, ma vuote. Le sue tinte forti, espressioniste fanno pensare alle vedute di Murnau della Von Werefkin o del primo Kandinsky, ma ad esse si sovrappone una strana desolazione, una solitudine moderna, e non tanto attesa metafisica, dechirichiana, ma assenza, vuoto alla Hopper. Le scene sono quasi sempre notturne e parrebbe normale questa totale mancanza di individui. Ma poi ci si chiede se c’è ancora qualcuno nelle case illuminate o s’è tutto fermato in questi ritratti urbani simili a nature morte dalla vita sospesa, invisibile, inafferrabile. Che senso ha la città senza l’uomo? Senza il transito, il passaggio della gente? Immaginiamo i quadri di Caillebotte improvvisamente svuotati. Restano i riflessi, mancano i respiri, i suoni. Eppure è tutto così fremente, lucente e fragorosamente muto. Talvolta Dalcò adotta come in «Montevideo» effetti informali atmosferici alla Turner, seppur resi con smalti, apparizioni dense; le anime delle città in grumi di colore. Sono così tutte racchiuse in momenti privilegiati, come li chiamerebbe Emily Dickinson, ovvero notti o albe, quando il mondo è colto nella sua bellezza sorgiva e distratta, ancora vergine dell’impeto del giorno, della sua frenetica confusione. Allora le strade si percorrono come in un incantesimo. Le uniche forme viventi sono tre cavalli stilizzati in Oviedo. Statue o miraggi? Misteri. Perché opere così vibranti, crepitanti, accese sono però sature di dubbi, di pensieri trattenuti. Urbanesimo forse non può stare senza l’umanesimo. L’anima dei luoghi, più ancora che nei Metafisici o nei Surrealisti, è qui rapita in un’illusione. Dalcò rappresenta città che non hanno passi né ombre, intatte e imperfette, sveglie nelle luci come tra quinte di sogni. 

Urbanesimo

di Palli 2013L’arte parte da un’idea passando dalla realizzazione. Il percorso è sempre una sorpresa, così come l’arrivo ma anche, stavolta, la partenza.  La partenza è una violenza di destinazione, un’aberrazione di genere.

(Primo tempo)
La materia che costituisce il colore crea, deve creare, legami e biunivoche corrispondenze con il suo doppio d’elezione: la pittura ha il muro, l’olio ha la tela, l’acquerello ha il foglio, lo smalto ha l’automobile. Ecco, lo smalto. Uno smalto steso su una tavola rompe il legame di basilare affinità chimica per il quale entrambe le cose sono nate, penetra verso l’interno e si diffonde all’esterno in superficie, rapido e incontrollabile a cercare la sua lamiera, il suo ferro elettivo. In questo momento inizia il lavoro di violenza, di contenimento e di controllo su ciò che si dibatte; lo smalto, ancora vivo, si contorce distonico e ti lascia pochi minuti per dargli una direzione e un senso prima che una prima morte lo cristallizzi, lucentissimo e cangiante, in una nube astratta.

(Intervallo)
Asciughiamoci, aiutiamoci coi catalizzatori anche. Ci sta una sigaretta e quella sensazione di pericolo.

(Secondo tempo)
Poi arrivano i colori istituzionali. Acrilici ad esempio, quelli fatti per la tavola. Gli acrilici si stendono a costruire forme e sagome convenzionali, strade palazzi luci cantieri forme persone, reali in rappresentazione reale. Ma anche l’acrilico tituba sulla sfondo astratto, uno sfondo non suo, uno sfondo non tavola. Fuori luogo ancora una volta.
Combattono, i colori.
Combattono in rappresentazione, astratto contro figurativo.
Combattono in territorio, l’acrilico cerca la tavola e lo smalto la rifugge interponendosi.
Combattono in chimica: dove l’acrilico si stende lo smalto si solleva, soffia e sbuffa, si contorce per chimica e per sdegno; si fanno in là i colori, ora per rispetto e ora per aprire il cerchio alla rissa.
Poi il tempo acquieta, la chimica si porta all’equilibrio e i colori si acquartierano definitivamente sulle loro posizioni di eterna trincea.
Sul campo di battaglia restano paesaggi e scorci e persone e strade, vividi reali del reale, su uno sfondo acido di una Morte Grata.

Vedute coloristiche

di Fabrizio Sabini 2013

Lorenzo-dalcò-bologna

L’urbano, Io spazio urbano composto da edifici vecchi e insieme nuovi di vicoli, strade, piazze, è stato oggetto di attenzione e rappresentazione iconografica, pittorica fin dal medioevo, transitando nella pittura trecentesca perviene allo sguardo prospettico, poi ai vedutisti al cubismo, futurismo, metafisica. L’apparire successivamente dell’analisi e della critica sociale, culturale, lo studio da parte degli urbanisti anche rispetto all’emarginazione all’isolamento e degrado delle periferie urbane viene sottolineato dalla cinematografia impegnata, dalla fotografia e dal video documentaristico.

Tali molteplici aspetti sono per Dalcò oggetto di riflessione e di suggestione ed egli implicitamente vi si commisura. Nella sua modalità operativa, il dato estetico, il sentire emotivo, la percezione degli spazi segnali, contrassegnati da eventi naturali sono oggetto di grande attenzione e sensibilità. Questi sono spesso registrati, colti fotograficamente e come tali considerati traccia, memoria — stimolo creativo.

Gli illustri predecessori di Lorenzo Dalcò hanno spesso trovato nell’urbano, nel suo manifestarsi, la fonte di turbamenti, angosce e inquietudine: i luoghi dove si svolgevano scontri, agitazioni movimenti di moltitudini e violenza, sono stati più volte colti con similarità partecipazione quanto melodrammaticità. Nella nostra società tardo capitalistica appare nel linguaggio il concetto di perturbante per indicare la dimensione urbana esemplificata in film come True Stories, l’ultimo spettacolo, Blade Runner o Arancia Meccanica.

Qui in Dalcò nelle sue opere, nelle sue tavole, non troviamo questa estetica ma troviamo immediatamente il colore della pittura. Cercavamo le ragioni della sua opera il loro senso all’interno di una retorica dell’impegno di denuncia sociale ma non é questo il senso. Dalcò parla dell’operare che compie il colore quando incontra il ‘debole disagio delle strutture architettoniche che costituiscono le facciate degli edifici quali si presentano con il canone prospettico.

Queste sono sottoposte ad una ‘passione’ – espressione coloristica così sollecitante che sembra le conduca fino al punto di essere demolite o almeno oscillanti — indifese come appaiono.

Le forze degli elementi della natura celeste il cielo là dove risiede (abita) la potenza coloristica mette in crisi ogni struttura architettonica. – Tempeste di colore incombono sul debole codice costruttivo.

Sovente queste facciate vengono contaminate dal conflitto che avviene sopra di esse tanto che le luci e le ombre si assentano così come le persone, gli individui e nessuno percorre queste strade, solamente qualche automobile quasi in Umorita sosta in gruppi quasi a proteggersi. Talvolta le strade umide di pioggia colorata si accendono di lampi argentei. Queste opere testimoniano di una pittura che dipinge, è un conflitto in cielo che prende anche colui che dipinge.

Dalcò è preso e sorpreso nel e dal colore che lo fa dipingere, entrando in dialogo con le cose prepotentemente. Vedute coloristiche urbane è il senso di queste cose pittoriche. Dalcò non poteva placare tale prepotenza dopo le esperienze trascorse con esso. Qui egli ha tentato di addomesticarla, ma essa si mostra indomita. Questa è la caratteristica migliore che contraddistingue tale pittura; la coscienza di ciò significa porre le condizioni per una proficua creatività.